Voices From The Field
 
 
In Sud Sudan con Monsieur Hugo - Un’altra Africa
13/12/2013


Sulla via da Juba a Yirol, un tagadà di quasi 8 ore, le strade di sabbia si aprono in voragini da cui il fuoristrada emerge a fatica. Una capra viva incastrata tra i due passeggeri di un motorino ci guarda immobile e attonita mentre li sorpassiamo avvolgendoli in un nuvolone di polvere gialla. Dopo tre ore ininterrotte di questa pista malconcia, assumendo posizioni assai bizzarre nel tentativo di dare sollievo all’osso sacro, una persona mediamente saggia dovrebbe cominciare a chiedersi chi gliel’abbia fatto fare di venire a perdersi qui, soprattutto con la prospettiva di molte altre ore di viaggio davanti. Invece l’emozione lievita insieme allo stupore, di sentirsi proiettati dentro un fumetto di Corto Maltese, in un’Africa ancora incontaminata - nel bene e nel male – un’Africa che non esiste più da molto tempo ormai. La macchina procede ora con lentezza esasperante, facendosi largo, un centimetro dopo l’altro, tra centinaia di vacche, in gran parte bianche, dalle corna maestose, evitando di forzare troppo per non stressarle. Uno dei pastori tiene un vitellino sulle spalle per non affaticarlo. Appena fuori dall’ingorgo bovino, incrociamo una pattuglia di controllo: due guerrieri dinka dritti come fusi sui loro due metri di altezza, vestiti solo di una lancia e di collanine, con i muscoli tirati sotto la pelle lucida di olio. Mi guardo attorno temendo il solito spettacolino per compulsivi di esperienze etniche hard, invece nessuna macchina fotografica all’orizzonte, neanche l’ombra di un turista (in effetti nessun gitante si é mai affacciato da queste parti), ma solo mucche. Ai lati della pista ci sono ancora dei resti delle recenti piogge, periodo in cui queste strade diventano un pantano fondo e scivoloso. Poche le auto, qui si cammina: in questo Paese tutti si spostano senza soluzione di continuità a piedi. Gli uomini e i bambini seguono le mandrie, le donne e le bambine traslocano sulla testa le stuoie e i materiali da cucina, da un campo di mucche all’altro. Uno dopo l’altro li incrociamo questi camminatori perpetui. A intervelli regolari i cattle camp, i campi di mucche. La vacca è per i dinka l’unità di misura con cui quantificano il patrimonio e gestiscono ogni relazione sociale. Si mangia mucca solo in circostanze precise, particolari ricorrenze (e sempre le mucche più anziane) o per vera necessità. Anche tra i dinka, come nelle moderne società contemporanee, si intacca il capitale solo se si è costretti da una grave crisi,  per quanto li riguarda non economica ma alimentare. In casi di carestia la mandria diventa un backup di food security. Ad un certo punto l’orizzonte si apre su un laghetto di ninfee bianche e di aironi. Poi un accampamento di capannine sospese su piccoli pali. Poco distante bambini sguazzano in pozze di acqua fangosa. Entrando a Yirol anche la via principale è piena di giovani dinka con qualche mucca o toro. Sono altissimi e magrissimi. Indossano camiciole scure affusolate sopra il ginocchio, a fiori o a pois, una sola collana lunga e si tengono per mano. Le giovani donne sfilano elegantissime, lasciando il seno nudo sopra gonnelline a righe in technicolor, annunciano così di essere pronte al matrimonio. I ragazzi invece si mettono una piccola penna o due in testa e portano a spasso il toro più bello. Per un buon matrimonio la famiglia della ragazza può ricevere da 50 fino a 200 vacche.Le mamme portano sulle spalle neonate con collane di grosse perle colorate. Un corteo si dimena dietro un enorme teschio di mucca con corna impressionanti. Sono tutte donne, alcune con il volto coperto di cenere, che ballano, scomposte, danze tradizionali per festeggiare una promessa di matrimonio, mentre un’invitata riprende la scena con un Ipad. È un villaggio molto grande Yirol, cresciuto in pochi anni attorno a quel piccolo prodigio di efficienza che è l’ospedale gestito qui dal CUAMM con contributi italiani. Animatori, non solo medici, sono Enzo, la moglie Ottavia e il gruppo affiatato che lavora con loro. Medici di giorno e di notte e direttori dei lavori di ampliamento e miglioramento della struttura nel tempo del riposo. Visitiamo la nuova pediatria finanziata dalla cooperazione italiana: sarà terminata prima del previsto, con standard alti e costi quasi dimezzati. La cosa che stupisce di questa struttura, anche chi ne ha visti molte altre in contesti simili, è il numero dei pazienti: una folla.  In queste strutture, di solito, una delle attività principali consiste nel far sapere la propria esistenza, il tipo di servizi offerti, l’elaborazione di un sistema di riferimento affinché le persone superino le distanze fisiche e le diffidenze della cultura tradizionale. Qui, al contrario c’è la necessità di ampliare la struttura con nuovi padiglioni per alleviare l’affollamento. Un successo di per sé. In ospedale i pazienti sono sistemati anche nei corridoi. Fuori, i parenti, stendono per terra i propri materassi sotto i camminatoi coperti e la notte, aprono le zanzariere, se non proprio le tendine, per dormire. Tutta la famiglia allargata trova ricovero nella struttura, venendo spesso da luoghi a ore di cammino. I degenti si riconoscono perché sono quelli che ricevono l’attenzione dei parenti che li sventolano tutto il giorno senza sosta. Quelli che possono camminare, magari attaccati alla flebo, escono, mettono il materasso sotto un albero e tutta la famiglia si raccoglie attorno all’asta della flebo come un piccolo totem di salute. Un’anziana passa cammina a piccoli passi che sfiorano il terreno con un fagotto enorme sulla testa e una pipa sottile stretta tra i denti. Forte è la sensazione di viaggiare insieme a Hugo Pratt.Il nostro tentativo di raggiungere il porto di Shambe sul Nilo, purtroppo naufraga dopo due ore di viaggio arrivati ad appena 4 kilometri dalla meta, ma bloccati nel pantano di una esondazione del Nilo, residuo delle passate piogge. E dire che ci abbiamo proprio provato: la fossa precedente l’abbiamo oltrepassata con i piedi nudi immersi nel fango fino alle ginocchia, sfidando la bilarzia e altri esserini misteriosi. Ma siamo dovuti tornare indietro sconsolati, lasciando una macchina sprofondata nella melma mobile in attesa di soccorsi. Sotto l’albero di un villaggio apparentemente abbandonato, tappa intermedia con una ruota a terra sulla via del ritorno da Shambe, un gruppo di soldati con le divise lacere e pieni di cicatrici giocano una versione virile del domino schiaffeggiando con violenza le tesserine sul terreno a velocità impressionate. Su due motociclette parcheggiate lì vicino dietro svettano due enormi trecce di pesce secco che emana un odore acre di carne in putrefazione. Il ragazzo che ci accompagna, ci racconta perché non ha gli incisivi inferiori, da un canino all’altro: “Mio fratello mi ha tolto i denti quando ero adolescente, è la tradizione, io non ero d’accordo ma mi ha convinto”.  Ancora un trasferimento, da Yirol alla capitale dei Lakes, Rumbek. Forse per il caldo e per gli scossoni, ma il livello di straniamento raggiunge stati di allucinazione. La strada è una pellicola di celluloide che si srotola insieme alla strada: uomini che camminano, donne che camminano, un villaggio abitato da soli bambini e poi vitelli, mandrie infinite, ancora camminatori, ancora mucche, ancora pozze, altre capanne. Ci fermiamo per un problema alla macchina vicino al ponte italiano. La targa impolverata ricorda il contributo della protezione civile che l’ha costruito. Sul lato destro del fiume c’è un villaggio. Un ragazzo si avvicina e in inglese si presenta come il community facilitator (ha studiato a Rumbek ed è tornato). Si chiama Isaac. Poi dice un altro nome dal suono bizzarro e mi spiega che è il nome che identifica il toro bianco con macchie piccole e nere. Così mi racconta un altro capitolo della loro cosmogonia bovina: ai bambini si danno due nomi, uno classico dalla bibbia e uno di mucca o di toro a seconda del carattere o delle caratteristiche. Per esempio c’è la mucca rossa pezzata, quella bianca candida, il toro nero, quella rara...  Mentre mi racconta che esistono degli specialisti che,incidono le corna delle mucche giovani e farle così crescere nelle direzioni volute, , il guaito straziante di cane ci interrompe: “hooks, hooks”. Una folla si raduna sulla riva del fiume, tutti ridono perché un cane è finito negli ami da pesca mentre faceva il bagno. Il padrone del cane, scatta veloce, lascia cadere la tunichetta blu e, nudo, si tuffa per liberare la bestia presa all’amo che si salverà. Nel frattempo la macchina é stata riparata. Mancano due ore di viaggio per Rumbek e poi da lì, in volo verso Juba dove ci verranno confermate tutte le complessità riscontrate di lavorare nel Paese più giovane del mondo: la quasi totale assenza di infrastrutture, un contesto avverso e bisogni che riguardano tutte le aree possibili (aiuto umanitario, sicurezza, sanità, educazione, trasporti, sostegno all'agricoltura e ai mercati, acqua). Ma per il momento mettiamoci comodi (anche se decisamente solo come modo di dire…), monsieur Pratt farà ancora un ultimo pezzo di strada con noi.

Alessandra Testoni, Italian Cooperation, Addis Ababa

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