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Sud Sudan:La Cooperazione Italiana torna a Juba.
03/03/2014


Febbraio 2014- Siamo tornati a Juba, la capitale del Sud Sudan. Siamo tornati a due mesi dallo scoppio delle violenze che hanno costretto alla fuga circa 865,000 persone. Una guerra difficile da capire e da prevedere. Anche per chi, qui, ci lavora e porta aiuti umanitari da anni. Una delle poche certezze all’interno di questa nuova crisi africana è che, da dicembre ad oggi, i combattimenti tra le forze armate governative e quelle dei ribelli hanno provocato la morte e il ferimento di migliaia di civili. Stime ufficiali non sono ancora possibili, ma gli operatori umanitari con cui abbiamo parlato raccontano di villaggi dove è possibile vedere ancora corpi esanimi abbandonati sotto il sole cocente, spesso neanche coperti da lenzuola.

Siamo tornati a Juba dopo l’evacuazione che a metà dicembre ci ha costretti a chiudere il nostro ufficio e a sospendere le attività umanitarie in cui siamo impegnati da anni. Abbiamo riaperto la nostra sede e incontrato le ong italiane rientrate nel Paese. Alcune di queste, in realtà, non lo avevano mai lasciato ma anzi hanno continuato a portare assistenza umanitaria proprio nelle fasi più critiche del conflitto. Questa è stata l’occasione per lanciare l’iniziativa di emergenza a favore della popolazione sud sudanese colpita dalla crisi che prevede un impegno finanziario italiano di circa 1 milione e mezzo di euro.

Durante la nostra missione, nella capitale abbiamo notato tanti giovani in divisa, per lo più ragazzini, armati. Dopo il tramonto e ancor prima del coprifuoco delle 23 deciso dal Governo, quegli stessi giovani erano spesso ubriachi. Eppure, per le strade c’era qualcosa che mancava. Avvertivamo la mancanza di qualcosa. O di qualcuno. C’era qualcosa di diverso rispetto ad altri posti in cui solitamente lavoriamo. Poi abbiamo capito: i bambini. Mancavano i bambini.

Grazie a Intersos abbiamo visitato le basi delle Nazioni Unite (UN) di “Juba 3” e di “Tongping”. È stato qui che abbiamo ritrovato i bambini. In queste due basi UN (ma anche in molte altre sparse per il Paese) si sono ammassati migliaia di sud sudanesi in cerca di protezione, principalmente di etnia Nuer, la stessa di Riek Machar, ex viceministro e ora capo dei ribelli. Al momento si stima che la base UN di Tongping sia quella più “congestionata”, con circa 20,000 civili. In entrambe le basi abbiamo testimoniato come l’insufficienza di latrine metta a rischio la salute delle persone ed esponga soprattutto donne e bambini a ulteriori abusi e violazioni di diritti umani. Abbiamo assistito alle lunghe file in attesa della distribuzione dei beni di prima necessità da parte degli attori umanitari: questo è uno dei principali strumenti con cui al momento si sta cercando di contrastare l’insicurezza alimentare che, purtroppo, sta già assumendo una dimensione preoccupante, non solo a Juba ma in tutto il Paese. Ma abbiamo assistito anche ai primi tentativi di creare spazi di educazione di emergenza per i minori, per garantir loro una sorta di “normalità” all’interno di una situazione tutt’altro che ordinaria. Qui, abbiamo incontrato i community leader che, insieme a Intersos, hanno sottolineato la risposta positiva degli stessi insegnanti sfollati, presenti all’interno dei campi, nell’esser coinvolti nelle iniziative educative d’emergenza.

Il cessate-il-fuoco, firmato da governo e ribelli ad Addis Abeba lo scorso gennaio, non è mai stato rispettato. I continui scontri sono alla base dell’aumento delle sofferenze della popolazione sud Sudanese, del continuo spostamento di interi villaggi in fuga, nonchè di ingenti danni economici. In particolar modo, World Food Programme ha sottolineato come un numero così elevato di sfollati, unito a una condizione di insicurezza diffusa, avranno un impatto negativo sulla prossima stagione della semina (prevista per marzo-aprile) che, rischiando di fallire, getterà le basi per una profonda carestia. Tutti gli operatori umanitari che abbiamo incontrato hanno sollevato il problema dell’accesso degli aiuti umanitari in molte aree del Paese, ancora coinvolte in pesanti scontri. In alcuni casi, anche di artiglieria pesante. A questo si aggiunge l’incombente arrivo della stagione delle piogge che renderà inagibile almeno il 60% del territorio.
Con questa nostra missione, la Cooperazione Italiana riavvia ufficialmente le attività di emergenza per il Sud Sudan. Il tentativo è quello di arginare una crisi umanitaria all’interno di una regione ciclicamente instabile. Ma soprattutto, ora, il nostro obiettivo è contribuire ad alleviare le sofferenze di una popolazione colpita da un conflitto dalle dimensioni e dai contorni ancora poco chiari.






 



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