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Omo (Etiopia): Quei bambini che nessuno vuole.
03/03/2014


Addis Abeba,Febbraio 2014-  Premessa: Uno dei compiti e delle responsabilità, che abbiamo quando interveniamo in un Paese è quello di approfondirne la conoscenza. Lettura di documenti, partecipazione ad incontri di coordinamento, verifiche con le autorità nazionali. Tutto serve al nostro lavoro. Ma nulla può sostituire la visione di campo, il confronto con le comunità locali. Questo è il resoconto di una visita, quella che noi chiamiamo missione di identificazione, destinata a capire il Paese dove operiamo e a preparare il terreno per gli interventi di cooperazione che potremo, in futuro, finanziare.

Un articolo sul National Geographic ha sollevato la nostra curiosità e interesse. Lale Labuko, un giovane della tribù Kara nella Valle del fiume Omo in Etiopia, racconta il proprio impegno per salvare bambini "Mingi", considerati da alcune tribù della zona come causa di disgrazie perché nati fuori dal matrimonio o perché hanno sviluppato i denti superiori prima di quelli inferiori o per altre varie cause. Questi bambini, secondo l'Ong Omo Child e Lale che l'ha fatta nascere insieme al fotografo americano John Rowe, sono condannati ad abbandonare il villaggio e vengono soppressi. Lale, dopo aver vissuto direttamente il dramma dei bambini Mingi assistendo alla morte di due gemelli nati da un suo zio, con l'aiuto di John li accoglie in una casa famiglia salvandoli dalla morte e da loro la possibilità di studiare e di un reinserimento nella società.

Due anni fa, nel corso di una cerimonia di "liberazione", come ci spiegano John e Lale, i Kara hanno abbandonato tale pratica. Ma gli Hamer, uno dei principali gruppi etnici con oltre 50/60.000 persone, (i Kara sono circa 2.000) continuano a praticarla. Ed allora, accompagnati da John (Lale doveva partire per gli Stati Uniti dove, unico caso di un membro della tribù Kara, sta studiando al college in Massachussets ed è stato nominato emerging explorer dal National Geographic) abbiamo deciso di andare a vedere e, per quanto possibile, capire.

Arriviamo a Jinka ai confini della valle dell'Omo. Qui si è stabilita Omo Child e il suo centro di raccolta e ospitalità per i bambini Mingi. John ci spiega che le tribù dalle quali provengono i bambini hanno i loro villaggi a oltre cento km di distanza. Era importante allontanarsi da loro che non avrebbero accettato di avere i bambini vicino. Il centro è pulito, solare. I trentasette bambini  che vivono lì sono splendidi. Mi fanno vedere l'ultima arrivata. Una bimbetta di circa due anni. Sta bene, uno sguardo vivace. Ma non è quello il motivo per cui me la fanno vedere. Mi viene mostrata una foto di quando aveva appena 20 giorni. Uno scheletro. Gli anziani del villaggio durante le trattative con Omo child per affidargli la bambina, Mingi perche' nata fuori dal matrimonio, l'hanno alimentata solo con acqua. Quando è stata portata in ospedale nessuno credeva si sarebbe salvata. Invece adesso fa parte della grande famiglia di Omo Child.

Trentasette bambini ospitati ma anche trenta tra operatori, bambinaie, cuoche, assistenti. La struttura ha ormai superato il limite massimo di bambini che può ospitare. Ci sono molti meno letti che bambini. Non ci sono problemi per le tribù Kara e Benni che hanno chiuso due anni fa con questa tradizione. Ma gli Hamer, ben  più numerosi, non hanno nessuna intenzione di cambiare le loro tradizioni. I bambini Mingi vanno soppressi.

Lasciamo Jinka per andare a vedere la popolazione Mursi. Sono principalmente pastori e non praticano la tradizione dei bambini Mingi ne' le mutilazioni genitali femminili (altra piaga di questa zona). Le ragazze però si allargano a dismisura i lobi delle orecchie per inserire dei piattini al loro interno. E lo stesso fanno con le labbra inferiori che vengono estese e forate per inserire gli stessi dischi che ornano i lobi delle orecchie, larghi oltre 12/14 cm di diametro. Nessuna ragazza, neanche quelle che ancora non hanno aperto il labbro per inserire i dischi, possiede gli incisivi inferiori che sono stati rimossi. Ma al di la' di questi aspetti tribali, quello che colpisce sono le difficoltà di accesso ai servizi. Villaggi con bambini che non vanno a scuola perché troppo lontana ma anche perché, con ogni probabilità, hanno l'impressione che serva a poco. Lo stesso posto di salute era pressoche' deserto. E nessun accesso a fonti di acqua pulite.

Al ritorno abbiamo invece visitato le due scuole (private) frequentate dai bambini mingi di Omo Child. In questo caso l'mpressione ricavata è di segno opposto. Addirittura in una delle due scuole non ci hanno fatto entrare perche' avremmo disturbato le lezioni e ci siamo limitati a guardare dalla finestra i bambini impegnati nelle attività didattiche. Ad accompagnarci una giovanissima mamma della tribù Kara. Lei ha avuto due bambini mingi, perché nati fuori dal matrimonio. Il primo è stato soppresso ma il secondo è stato salvato e ora vive nel centro di Omo child e la madre gli è accanto.

Prima di lasciare Jinka andiamo a visitare l'ospedale di zona che serve un bacino di utenza di un milione di persone. Ci appare abbastanza ordinato, scarsa igiene ma non a livelli drammatici raggiunti spesso dagli ospedali africani. I pazienti registrati con di hiv/aids sono circa duemila e, molti di loro rispondono ai criteri fissati dal Governo per accedere al trattamento con gli antiretrovirali. La  maggior parte sono donne.

Raggiungiamo la zona Hamer. Visitiamo i loro villaggi. Le ragazze Hamer hanno tutte un'acconciatura dei capelli a caschetto con delle treccine che incorniciano la loro faccia. E hanno spesso la schiena fortemente segnata da lunghe cicatrici in rilievo che segno dei colpi dati con una specie di frustino dal loro futuro marito. Incontriamo una donna che ha consegnato il proprio figlio a Omo Child per sottrarlo alla decisione di sopprimerlo assunta dagli anziani del villaggio. Erano infatti spuntati al figlio gli incisivi superiori prima di quelli inferiori, grave segno di disgrazia tra gli Hamer. Ci ha ricevuto nella sua capanna, le chiediamo se la sua decisione l'ha isolata dal villaggio e ci risponde che non se ne cura. Lei ha fatto la cosa giusta e non le interessa quello che pensano o dicono nel villaggio. Appare evidente che non vuole parlare degli altri, della pratica dei bambini mingi, ci fa capire che continua, in segreto perche' proibita. Capisce che è una tradizione sbagliata ma ci dice anche che non ci si può fare niente. Sono gli anziani, i capi villaggio che decidono. E le donne obbediscono. Lei non ha obbedito.

Infine andiamo a visitare i villaggi Kara proprio ai bordi del fiume Omo. Passiamo davanti l'area dove, ci spiega John, oltre due anni fa, alla presenza sua come ospite d'onore ma anche dei capi villaggio Hamer, delle autorità dello Stato, i Kara hanno solennemente abbandonato la tradizione dei bambini Mingi. John vuole fare qualcosa di più per loro. I Kara non sopprimono più i propri figli ma rimangono un popolo sostanzialmente abbandonato. John organizza un incontro con i capi del principale villaggio Kara. Intorno ad un albero, nel tardo pomeriggio, ci riuniamo insieme ad alcune decine di anziani. Molti di loro appoggiati ad un bastone, la maggior  parte con un fucile al fianco, ci spiegano cosa manca nei loro villaggi. Vorrebbero  servizi sanitari che non ricevono. E’ difficile dare loro una risposta. Il Governo ha fatto costruire un piccolo centro sanitario e una scuola ma il personale che non è disponibile a trasferirsi a vivere in zone così inospitali.
Ma c'e' qualcosa che possiamo forse fare per loro. Non hanno acqua pulita. Le donne scendono al fiume e si inerpicano fino al villaggio con le taniche di acqua. Con quel caldo è una fatica immane ma non è quello il problema, il problema è l'acqua inquinata del fiume che usano per lavarsi, per cucinare e soprattutto per bere. Sanno perfettamene quanto sia pericoloso, quante malattie causi ma non hanno alcuna alternativa.
Ci chiedono aiuto. Lo chiedono a John che da anni si occupa di loro. Lo chiedono a noi perche' come Italia si possa fare qualcosa. Non ci si può tirare indietro. Promettiamo loro che ci occuperemo dell'acqua e invieremo un tecnico per vedere se sia possibile scavare un pozzo in ognuno dei tre villaggi Kara o se si possano trovare soluzioni alternative per assicurare acqua potabile per tutti.

Torniamo al centro abitato più vicino, Turmi, e andiamo visitare il centro sanitario. E’ diretto da Banchi, una dottoressa particolarmene dinamica e motivata. Insieme ci diciamo che se non si può fare molto di più per l’assistenza forse possiamo invece intervenire sulla prevenzione. Le facciamo una proposta, quella di promuovere in tutta la valle dell'Omo una campagna di promozione e di vaccinazioni e basata sulle immagini, sui video, sul cinema. Lo avevamo già fatto in Mozambico collegandola con l'azione contro il colera. In Libano ci eravamo serviti  di questo strumento per il riconoscimento delle "cluster bombs" che infestavano il territorio a seguito del conflitto con Israele. E poi ancora in Kenya, in Uganda. In Etiopia ci potrà servire per le vaccinazioni. E potremo anche portare per qualche mese qualche cosa di nuovo, lo spettacolo e la magia del cinema attraverso una carovana itinerante in quei posti senza luce, senza acqua, senza servizi.

Spieghiamo l'operazione a John, la spieghiamo a Banchi. Lei è elettrizzata e pronta a fare tutto quello che può per realizzarla perche' potrà utilizzarla per raggiungere e aiutare queste tribù isolate. Sono curiosi di vedere come reagiranno i bambini e le donne alla visione  del cinema nei villaggi. Ma sono consapevoli che in ogni caso potremo fare molto attraverso le vaccinazioni, sia quelle obbligatorie, sia quelle relative a malattie che rappresentano un pericolo per le comunità (come l’epatite). E, oltre alla vaccinazione i ragazzi saranno contenti. Quest’anno c’è la coppa del mondo di calcio, forse riusciremo a far vedere le partite in Brasile agli Hamer, ai Kara agli Arbore.

Acqua e vaccinazioni la promessa fatta a Banchi, a John, ai Kara, agli Hamer. John mi ha scritto una mail con il suo augurio per le popolazioni Kara che diventa anche il nostro slogan: Let’s Get Wet e mi ha inviato il link del servizio fotografico fatto da Steve McCurry che documenta il loro viaggio nella valle dell’Omo. Sono tra le foto più belle che abbia mai visto. Ecco il link al blog di Steve McCurry dove si parla di John Rowe, di Lale Labuko, dei Kara, degli Hamer, dei bambini Mingi, dell’acqua: http://stevemccurry.wordpress.com/2014/02/24/children-of-the-omo/.rn






 



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