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Il dramma dei rifugiati
15/05/2014


Ieri sono stati presentati i dati di Frontex che ci dicono che “Nei primi 4 mesi del 2014 c'è stato un aumento del 823% di arrivi di migranti verso l'Italia rispetto allo stesso periodo del 2013".

Di Alessandra Testoni*

Ho ancora un groppo allo stomaco, sono reduce da Djibouti, dove abbiamo percorso la rotta, il corridoio da Idikhil a Obock che i migranti irregolari etiopici e somali fanno per imbarcarsi e passare il golfo di Aden versi i paesi arabi. Leggo che il Direttore centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del Ministero degli Interni italiano dichiara che sulla costa libica ci sono, accampati in varie località, almeno 800mila persone arrivate da altri Paesi africani che potrebbero tentare la fortuna salendo su un barcone. Ha poi ha precisato che non tutti gli 800mila verrebbero in Italia, che si sta preparando a riceverne 50.000.

Due rotte opposte Europa/Paesi Arabi, stessa disperazione e l’Etiopia come comune denominatore, perché tanti di quelli che stanno aspettando in Libia sono passati, stanno passando e passeranno di qui. Somali, Eritrei soprattutto, ma non solo.  E quasi tutti quelli - il 90% - che abbiamo incontrato nel deserto, (così arido che ha bruciato anche le ultime acacie) di Djibouti, sono partiti dall’Etiopia (oromo, amara e tigrini anche).

Facessimo un’istantanea dall’alto oggi l’Etiopia sarebbe un groviglio di flussi misti ininterrotti: passaggi verso il Sinai, il Sudan e poi la Libia; ma anche attraversamenti di frontiera dai Paesi vicini (Sud Sudan, sempre Somalia, Sudan, Kenya, etc.) in attesa di pacificazioni in patria che non arrivano e infine partenze (etiopiche) per Gibuti. L'Etiopia confina con sei paesi e, nonostante i problemi che è costretta ad affrontare con ognuno di questi e al suo interno, accoglie, in proporzioni diverse, oltre mezzo milione di rifugiati in fuga da siccità, conflitti tribali, guerre civili, carestie, fame. L’Etiopia è al centro di una regione, il Corno d’Africa, in cui problemi politici, sociali e ambientali provocano continui e intensi movimenti di confine.
E’ dall’Etiopia quindi che è possibile cominciare a capire un po’ più a fondo la complessità dei movimenti di migranti e rifugiati. Mantenendo ben chiara la netta differenza tra i due   dentro – e lungo - i confini etiopici passa, si ferma, parte e/o riparte buona parte dei flussi irregolari, delle persone, che poi finiscono sulle pagine dei giornali europei.
Per quello che riguarda i migranti inoltre, pur nell’estrema difficoltà a capire quanto sia consapevole o meno la scelta che questi ultimi fanno, vanno ben distinti dalle vittime di tratta, i cosidetti “trafficati” che vengono fatti entrare in un altro paese con l'inganno o con la violenza da persone che le sfruttano in diversi modi : prostituzione, lavoro forzato, mendicità, vendita di organi o rivendendole ad altri trafficanti. Spesso succede che - e varie sono le testimonianze in questo senso che vengono riportate rispetto ai migranti o rifugiati eritrei che partono dal Tigray – partono migranti e lungo la strada cadono vittime del trafficking.

Dopo un periodo di relativa tranquillità in cui si era registrata un’inversione di tendenza e l’Etiopia stava cominciando a chiudere alcuni campi di accoglienza dei rifugiati, dal 2009 a oggi, nel paese  il numero dei rifugiati è quasi quadruplicato, per arrivare alla cifra di oltre 500.000 persone, divise in 18 campi già saturati (presto ne verranno aperti altri). Purtroppo, data l’estensione dei conflitti, in particolare in Somalia e Sud Sudan e della situazione critica in eritrea nei prossimi mesi, si attende un ulteriore importante incremento entro fine anno.  Il governo etiopico, appoggiato dalla comunità internazionale e dalle agenzie UN per questo opera l’“open doors policy”, porte aperte a tutti.  Contemporaneamente però ha avviato un programma pilota di vita fuori dai campi, soprattutto per studenti universitari eritrei, anche se relegato ad attività nel settore informale per il sostentamento personale.

Con cosa ci dobbiamo confrontare, dunque, in quest’osservatorio privilegiato/snodo di disperazione e speranza ? Quando vado nei campi raccolgo testimonianze diversissime.  In uno dei campi di Dolo Ado (confine sud) ho parlato con un somalo che mi ha raccontato di essere scappato dagli attacchi di Al Shabab e di aspettare che la situazione si calmi per andare almeno a raccogliere il campo seminato. “E’ pericoloso ma come faccio? Poi torno qui. In attesa di poter tornare per sempre. Anche se non so quando questo accadrà, proprio non lo so”.  Una bella donna del Sudan rifugiata nell’area di Assosa nel Benishangul–Gumuz, mi ha detto: ero in un campo a Gambella fino al 2006, quando finalmente sono potuta tornare a casa mia nel Blue Nile (dopo l’accordo di pace firmato a gennaio 2005 tra il Governo sudanese e lo SPLM che metteva fine a oltre vent’anni di conflitto e oltre 36.000 rifugiati sudanesi in Etiopia furono assistiti nel rimpatrio volontario e i campi ospitanti chiusi) e ora non posso credere di essere di nuovo qui.   
                    
A Gambella sono ora invece arrivati i rifugiati sud sudanesi in fuga dal conflitto interno e da una emergenza umanitaria di proporzioni inaccettabili. Sono quasi tutte donne con i loro bambini, molti dei quali denutriti a causa del viaggio stremante e della lunga permanenza nel bush per nascondersi .

Di diverso tenore le risposte nei campi eritrei, a parte qualche anziano che parla ancora italiano e, vista l’età, rassegnato a finire nel campo i suoi giorni, i giovani rifugiati vogliono partire “wey keb”, “all or nothing”, tutto o niente. Soprattutto ora che in Libia è relativamente più semplice, ci sono meno controlli (ma sempre più in balia di trafficanti sempre più esperti). Come mi conferma anche la giovane ricercatrice dell’Università di Trento, Milena Belloni, che ha passato diverse settimane in quei campi. Sanno tutto di quello che li aspetta. Hanno bene in testa i nomi di quelli che non ce l’hanno fatta. Molti dei morti di Lampedusa dello scorso 3 ottobre sono partiti proprio da questi campi. Ma non importa: “poca speranza è meglio di nessuna speranza”.  E questo è il periodo giusto per partire, a marzo il deserto non è ancora troppo caldo e da aprile il braccio di mare tra la Libia e l’Italia è più calmo.

L’Etiopia è anche paese di partenze più silenziose. Li ho incrociati questi etiopici migranti sulla strada da Djibouti a Obok, a piedi, o pigiati sui pulmini dei passeurs locali  che se li passano piccolo tratto dopo piccolo tratto, chiedendo nuovi soldi ogni volta. Dicono che quattro di loro, ogni  giorno muoiono di sete in cammino. Non ci sono statistiche certe, accetto con beneficio del dubbio. Li incontro soli o a gruppetti, parlano tigrino, amarico o un'altra lingua dell’Etiopia: “dove stata andando? A imbarcarvi per lo Yemen? No, stiamo andando a lavorare. Mi dai un po’ d’acqua?”.
Li ho visti da lontano, sotto gli alberi della collina alle spalle della spiaggia da cui partiranno. Le barche sono piccoli gusci fatti per portare 10/15 persone in cui ne vengono stipati almeno 45/50. Per un etiopico è prova di ulteriore di coraggio (o quello che è), non hanno mai visto il mare, figurarsi se sanno stare almeno stare a galla. La spiaggia é una vasta distesa di scarpe spaiate, ciabattine seppellite, indumenti e jericans gialli vuoti ricoperti di stoffa tradizionale. Oggetti abbandonati prima di partire o restituiti dal mare insieme ai corpi di quelli che non ce l’hanno fatta. 

Quel giorno stavano in gruppo aspettando indicazioni da qualcuno che, erano certi, sarebbe arrivato, l’organizzazione è ben strutturata. C’era anche una donna incinta.  Qualcuno dice che sono tutti dello stesso villaggio. Chi li ha portati ha dato loro anche dell’acqua, indice che hanno pagato molto. Probabilmente di più che se fossero partiti in aereo, regolarmente.

*Emergency Programme, NGOs and Humanitarian Affairs (Utl-Addis Abeba)







 



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