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Le lavoratrici domestiche etiopiche in Libano: storie di umana sopravvivenza
11/07/2014


Addis Abeba, 11 luglio 2014- Azeb é partita nel 2006 appena diciottenne. Un lontano amico di famiglia le ha organizzato il viaggio, la aiutata per il passaporto e trovato un datore di lavoro che la sponsorizzasse. Era emozionata quando ha toccato il suo passaporto, non ne aveva mai avuto uno. Azeb è partita da un villaggio di campagna dell’Etiopia per un posto chiamato Beirut. Non sapeva dove questa città fosse, ma le hanno promesso una vita migliore e soprattutto soldi da mandare a casa.

E’ partita piena di sogni, poi, appena arrivata, ha capito che non era esattamente come immaginava. Le hanno tolto subito il passaporto nuovo dalle mani. L’hanno portata in una casa di lusso, enorme, tutta vetri, ma la sua stanza era un loculo senza finestre in cui stava solo il letto e niente altro. I vestiti, pochi, sono rimasti sempre nella valigia. In quel posto ricavato da un buco nel retro della cucina non poteva nemmeno alzarsi in piedi perché il soffitto era a un metro e mezzo dalla testa. Azeb ha cominciato a lavorare tutto il giorno, tutti i giorni, anche la domenica.

La Ma’am, la signora, urlava tanto. Le diceva che era stupida, un animale e la picchiava. Poi un giorno d’estate di quell’anno, i signori hanno fatto le valigie, partivano per rifugiarsi nella loro casa di montagna, un posto al sicuro dai bombardamenti israeliani che stavano flagellando il sud e presto avrebbero cominciato ad attaccare Beirut, certo non la zona loro, ma non si poteva mai sapere. Hanno chiuso a chiave Azeb con del riso e delle scatolette da dividere con il cane. ”Ma se bombardano questa zona come scappo?” chiedeva Azeb in lacrime.

 La risposta fu in un gesto secco: click. Capitolo chiuso. Il cane graffiava la porta, voleva uscire per fare pipì, ringhiava, non si erano mai piaciuti. rnNon hanno bombardato la casa. I padroni sono tornati appena tutto si è calmato e la routine é ricominciata come prima: lavoro giorno e notte, insulti e botte. Un pomeriggio, mentre la signora era dal parrucchiere, il marito è entrato in cucina, l’ha afferrata per i capelli, le ha alzato la gonna e l’ha violentata, chiudendole la bocca. Lei non sapeva che fare, dove andare, con chi parlarne. Voleva tornare a casa. Ma non aveva il passaporto e non la stavano pagando perché dicevano che doveva restituire i soldi spesi per portarla li. Non aveva nulla. Le poche volte che parlava con la sua famiglia non poteva dire quello che stava succedendo veramente. Non sapeva dove erano le altre donne arrivate con lei,. Poi ha scoperto di essere incinta. Odiava quel bambino con tutte le sue forze. rnLe case dei ricchi libanesi sono ai piani alti, più sono ricchi, più sono in alto. E questi erano molto ricchi. E’ stato un attimo e tutto è finito. La sua piccola sagoma disegnata sull’asfalto della Corniche. Azeb non aveva compiuto 21 anni. rnIl suo é un nome di fantasia e questa storia è solo un racconto che riassume alcune delle storie raccolte quando vivevo a Beirut.

La storia, tragica e ripetitiva delle Sara, Haimanot, Bethel, Almaz, Tigghist è rimasta sospesa dentro di me. Poco tempo fa è riemerso con prepotenza quando ho letto su un giornale libanese che in Libano altre due domestiche etiopiche si erano gettate dalla finestra. La prima è morta, la seconda si è “salvata” spaccandosi entrambe le gambe. rnUn anno fa c’era stato un caso famoso, ripreso per caso da un’associazione per i diritti umani, quello di Alem Dechasa-Desisa che, dopo i maltrattamenti di quelli che l’avevano portata in LIbano illegalmente, era stata rinchiusa in un centro di detenzione per il rimpatrio e da li, visto il forte esaurimento nervoso della donna, in un ospedale psichiatrico, dove s’é uccisa. rnA Giugno 2011 il Libano ha votato in favore della convenzione n. 189 di ILO sul Decent Work for domestic Workers, ma il provvedimento non è ancora stato ratificato. rnVa detto che, ovviamente, quelli raccontati sono casi estremi, ma queste donne sono vittime di un meccasimo che facilita lo sfruttamento e l’abuso.

E’ un sistema chiamato Kafala, praticato in Libano e in diversi paesi del Golfo. Richiede che le lavoratrici domestiche migranti abbiano uno sponsor nel paese di destinazione, il futuro datore di lavoro che paga il visto, il viaggio e una commissione di agenzia, cosa che può generare in chi paga, un malinteso senso di proprietà sulla persona: portare una donna da un paese come l\'Etiopia, fa loro credere di avere acquisito diritti di proprietà sulla persona, non di aver pagato per ricevere un servizio. rnSede di circa 200.000 lavoratrici migranti, il Libano è il custode dei fragili sogni di donne, soprattutto etiopiche e filippine. Lo stesso numero di donne, 200.000 ironia dei numeri, ha lasciato l‘Etiopia nel 2012 per andare a lavorare in diversi paesi del Medio Oriente.rnAnche e soprattutto dopo quel che è successo in Arabia Saudita e il conseguente rientro massiccio dei lavoratori e delle lavoratrici etiopiche, alla fine 2013 il Ministero degli Affari Esteri etiopico ha imposto il divieto di viaggio dei lavoratori domestici etiopici equiparando questa migrazione di massa alla tratta di esseri umani. Il portavoce del ministero degli Esteri, Dina Mufti, ha osservato che questo tipo di migrazione è facilitato dagli human traffickers e distorce l\'immagine dell\'Etiopia. Il governo libanese si è affrettato a ribadire la volontà di abolire il kafala e di promulgare una legge sul lavoro che protegga i più vulnerabili. rnIntanto Rahel Abebe, una domestic worker etiopica in Libano, di recente ha affermato: “Non so perché questo succeda, so solo che ci usano come schiave. Anzi. questo è peggio della schiavitù. Questo è quello che è: una vergogna.\" rn

La mancanza di regole del lavoro in questi paesi che tutelino le categorie più vulnerabili è una delle cause principali di questa situazione grave, ma – di certo – all’origine di tutto ci sono la povertà estrema e il mancato accesso all’educazione di queste ragazze. In questo senso mirati interventi nei paesi di provenienza, oltre che ha una corretta informazione, potrebbero mitigare in maniera sostanziale il problema. Per questo la cooperazione italiana in Etiopia ha finanziato nel 2012 un progetto di rafforzamento sociale delle ragazze vulnerabili. Il progetto è rivolto a bambine e ragazze dai 7 ai 18 anni, che in numero sempre maggiore lasciano la campagna per andare a servizio in città (il trend della migrazione urbana è in continua crescita in Etiopia e più alto che negli altri paesi africani). Bambine e ragazze che vengono utilizzate per umili servizi e non hanno il modo di andare a scuola o di avere una vita propria al di fuori del lavoro, quasi sempre pesante e sottopagato. Queste ragazze sono il bacino ideale per i trafficanti e le agenzie illegali che fanno da intermediarie con i paesi del Medio Oriente che adottano il sistema della kafala.

Il progetto, appena terminato, prevedeva l’accordo door-to-door con i datori di lavoro per permettere ad un gruppo di ragazze (circa 5.000) di frequentare qualche ora la settimana attività educative informali di gruppo (alfabetizzazione di base e di salute) tenute da donne provenienti dalle stesse aree rurali delle bambine e delle ragazze. rnDa un lato quindi maggiore alfabetizzazione e rafforzamento individuale, dall’altro la lotta alla povertà e l’accesso al lavoro come elemento di prevenzione allo sfruttamento sono i due elementi cardini su cui concentrare gli sforzi nei paesi di provenienza per arginare il triste fenomeno. Anche per questo la cooperazione italiana sta progettando (ancora in fase di predisposizione) di sostenere il governo etiopico nel suo piano quinquennale di riduzione della povertà (il GTP) e gli MDGs con un progetto che possa aumentare gli introiti e l’occupazione di micro e piccole imprese gestite da donne. Aumentare l’occupazione femminile sia adattando gli strumenti finanziari alle esigenze specifiche delle micro potenziali imprenditrici e garantire loro la disponibilità di risorse finanziarie sufficienti, sia favorendo lo sviluppo delle loro capacità imprenditoriali e lo sviluppo dei prodotti per le loro piccole imprese.rn

Se questo ci permetterà di vedere negli aeroporti meno (anche poche di meno vista la portata del fenomeno) gruppi di donne timide e spaesate, gestite da uomini sgarbati, con i propri pochi averi raccolti in buste di plastica e – soprattutto - di leggere con meno frequenza dell’ennesimo suicidio di una donna disperata, allora sarà davvero un grande risultato. rnrnChi fosse interessato ad approfondire questo triste fenomeno, non perda i due documentari di ILO diretti dalla regista Carol Mansour, Maid in Lebanon I e II.rn.

Di Alessandra Testoni,
Emergency Programme, NGOs and Humanitarian Affairs-Utl Addis Abeba








 



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