News
 
 
« Tutte le News
Leggendo i Report sull’Eritrea: il Paese di “no pace-no Guerra” da dove arrivano tanti rifugiati e minori non accompagnati.
14/07/2014

Addis Abeba,14 luglio 2014- La pioggia cade fitta e pesante su Makalle, ma appena scendiamo di altitudine e arriviamo in Afar il caldo aumenta e il clima si secca immediatamente. La mia meta è il campo rifugiati eritrei di Barahle per realizzare, insieme a Echo (la Direzione Generale per gli aiuti umanitari e la protezione civile ), il monitoraggio di un progetto di approvvigionamento idrico che la Cooperazione italiana finanzia a UNHCR .

Per giungere alla cosiddetta “porta della depressione dankala” il panorama cambia completamente nelle tre ore di macchina che impieghiamo da Makalle . Arriviamo di sera e il vento caldo, dopo il freddo e l’umido di Addis Abeba, è molto piacevole. Una dolcezza che contrasta con l’asprezza del posto costellato di shelter fatti di teli di plastica sparsi su una pietraia impietosa. Nell’alloggio del campo della ONG Goal, unica organizzazione con una presenza fissa qui insieme alla locale Aha, che mi ospita per la notte, c’è anche un televisore che ci permette di vedere insieme la figuraccia brasiliana in questo contesto tanto surreale. La luce della mattina mi consente di vedere meglio il campo rifugiati, nascosto nella notte dalla completa assenza di elettricità degli shelter. All’orizzonte si scorgono solo dune di sabbia, pietre e l’aria rarefatta da un caldo percotente già alle sette. Vedo che, seppur con difficoltà, il progetto sta andando avanti e si costruiscono i pozzi per l’acqua. In attesa del completamento dello schema idrico, l’acqua arriva con i camion e basta appena a riempiere tre serbatoi di plastica. L’acqua che non entra nei serbatoi la gente del campo la conserva in buche nel terreno su cui adagia teloni di plastica, con evidenti ripercussioni sulla potabilità e la salute. I rifugiati di questo campo sono molto accoglienti. Ci invitano in questi shelter davvero essenziali: due pentole, una stuoia, poco cibo, alcuni jericans. Soprattutto hanno voglia di comunicare.

 Sono afar dell’Eritrea e si trovano inspiegabilmente bene in questi territori, ospiti degli afar etiopici. Dicono di non avere intenzione di andare in paesi terzi come invece fanno gli eritrei rifugiati nei campi del Tigray. Sicuramente però, come i rifugiati ospitati in Tigray non hanno intenzione di tornare indietro. La ragione si capisce leggendo il recente report dell’Human Rights Council di Sheila B. Keetharuth (special Rapporteur) sulla situazione dei diritti umani in Eritrea. Questo rapporto, uscito il 13 maggio scorso, è focalizzato su due punti fondamentali: il servizio militare indefinito (ossia a tempo indeterminato) e la detenzione arbitraria. Questi due temi sono le principali cause che inducono gli eritrei a fuggire dal loro paese per affrontare un futuro precario (come per esempio in afar) o, peggio, molto pericoloso come i viaggi verso l’Europa attraverso il Sahara in balia dei trafficanti e degli smugglers.
Questo rapporto è stato redatto con le testimonianze dirette di fonti giudicate attendibili, ma fuori dall’Eritrea perché Ms. Keetharuth non è mai potuta entrare nel paese. In questo suo secondo rapporto, sottolinea che le violazioni dei diritti umani in Eritrea includono il servizio militare indefinito (chiamato genericamente “indefinite national service”), arresti e detenzioni arbitrarie cioè senza motivazione; uccisioni extragiudiziali, tortura, condizioni di detenzione inumane, impedimento della libertà di movimento, di espressione e opinione, violazione del diritto di associazione e di credo religioso, violenza sessuale e gender-based e violazione dei diritti dell’infanzia.

Nel rapporto, spiccano alcuni casi eclatanti, come i dieci giornalisti indipendenti arrestati nel 2001 di cui non si hanno più notizie. Oppure dei parenti dell’ex Ministro dell’Informazione mai rientrato dopo un viaggio all’estero: l’anziano padre, la figlia quindicenne e il fratello sono stati arrestati al suo posto e ancora detenuti.

L’Eritrea è tra i maggiori paesi di provenienza dei rifugiati con un altissimo numero di minori non accompagnati e di giovani uomini. Il fattore principale della spinta alla fuga è, secondo il rapporto UN, la violazione costante dei diritti umani. E chi torna per rimpatrio forzato o “volontario”, e i disertori del sevizio militare nazionale, vanno incontro a detenzione, tortura e spesso anonime sparizioni.

Secondo il rapporto, l’Eritrea vive in uno stato permanente di preparazione al conflitto basato su una condizione definita come “no pace – no guerra”. Questa retorica crea il contesto per le restrizioni dei diritti civili, politici, economici e sociali, l’eccessiva militarizzazione e la migrazione forzata.

La National Service Proclamation del 1995 sancisce questo originale servizio militare (ma che comprende anche attività civili) per uomini e donne dai 18 ai 50 anni come responsabilità storica delle nuove generazioni verso i paese ed eredità dei martiri della patria. Dal 2001 il servizio è stato reso indefinito (spesso a vita dunque, con paghe misere) e riguarda anche ambiti della vita civile come l’educazione, la costruzione di infrastrutture e altro. Tra le cose peggiori riportate nel rapporto c’è il reclutamento violento attraverso rastrellamenti periodici – le “giffa”s - nelle case e  neiluoghi pubblici dove di fatto vengono rapite le persone considerate abili al reclutamento, quelle renitenti alla leva o quelle riuscite a scappare. Opporsi a queste ronde può comportare l’esecuzione sul posto. Tra i potenziali reclutati sono inclusi i minori, nonostante il limite di età sia 18 anni. Infatti tra i capi d’imputazione contro l’Eritrea c’è anche l’uso di bambini-soldato. Dal rapporto emerge che, nel 2008, nel Sawa military Training Camp, su 9.938 coscritti almeno un terzo erano minori, ovvero 3.510 di cui 1.599 ragazze. Minori anche di 15 anni sono prelevati durante i rastrellamenti e spediti nei centri per l’addestramento militare.

Se qualcuno evade o scappa dal paese, le ripercussioni sui famigliari sono violentissime con l’accusa guilt by association. I parenti dell’evaso sono costretti a pagare forti somme, è loro requisito ogni tipo di bene e se non possono pagare vengono incarcerati. Il servizio per le donne è ancora più cruento perché diventano vittime di abusi sessuali, dai superiori come dai parigrado, e in caso di gravidanza da stupro vengono rimandate a casa con infamia e poi recluse. Molte ragazze, spinte anche dalle famiglie, per evitare il servizio militare, si sposano prestissimo e prestissimo fanno figli, incrementando il fenomeni dei matrimoni e delle gravidanze precoci .

I coscritti del National Service sono mal pagati al punto da non potersi mantenere e fare un progetto di vita. Le loro condizioni sono estremamente misere. Non a caso questo tipo di servizio militare, nel rapporto è equiparato al lavoro forzato.
Chinando il capo per uscire da uno degli shelter, in un lampo mi passano in testa tutti questi dati. Guardo il pastore afar al mio fianco, dritto davanti al suo rifugio, indurito di sole e sabbia, che mi sorride: “No, io non voglio tornare, non è così male qui” .

Di Alessandra Testoni,
Emergency Programme, NGOs and Humanitarian Affairs-Utl Addis Abeba







 



Copyright © 2015 itacaddis.org. All rights reserved.