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Le donne del Sud dell’Etiopia
13/10/2014


Addis Abeba,13 ottobre 2014 -Non finirò mai di stupirmi di quanto esteso e vario sia questo Paese. Ci si riferisce sempre all’Etiopia pensando alla gente dell’altipiano avvolta nei tradizionali gabibianchi, alle numerose acconciature femminili delle feste e ai riti della religione ortodossa copta. Esistono invece più di 80 etnie in Etiopia, si parlano più di 84 lingue e 200 dialetti, e 56 di queste etnie e lingue si concentrano nell’estremo sud del Paese, al confine con il Kenya, lungo il fiume Omo.

Con una psicoterapeuta esperta di cambiamenti comportamentali e cognitivi, siamo partite alla volta di Arba Minch da dove è iniziato il nostro viaggio nella Valle dell’Omo, alla ricerca di informazioni circa le condizioni di salute materno-infantile e riproduttiva della popolazione locale. La questione e’ un tema prioritario nell’intero Paese che, dopo aver annunciato il raggiungimento dell’Obiettivo del Millennio sulla mortalita’ infantile gia’ nel 2013, si sta ora focalizzando sul miglioramento delle condizioni sanitarie delle donne che dovra’ portare a risultati significativi entro i termini stabiliti dal GTP (Growth and Transformation Plan) e dal Piano di Sviluppo delle Nazioni Unite. Infatti,  come recita un grandissimo cartellone di Amref proprio all’entrata del distretto del Sud dell’Omo “No woman should die givingbirth (Nessuna donna dovrebbe morire dando la vita)”. 

La strada asfaltata che porta da Arba Minch a Jinka ci regala paesaggi da Paese tropicale, non aridi e polverosi altopiani rocciosi ma rigogliose distese di piantagioni di banane, cotone, caffe e tabacco. Jinka è il capoluogo distrettuale e il principale insediamento dotato di servizi della zona, nonchè il punto di partenza delle visite turistiche alle popolazioni della Valle dell’Omo, l’alternativa profana al turismo religioso del nord Etiopia. Fin dal primo incontro con il Direttore dell’Ufficio sanitario distrettuale capiamo immediatamente che i bisogni sanitari (e non solo) sono tanti, diversi e infarciti di questioni politiche. La zona della Valle dell’Omo infatti, sta attirando numerosi investitori stranieri che vi intravedono delle ottime prospettive di guadagno, a cui dovrebbero corrispondere dei miglioramenti in termini di sviluppo per le popolazioni locali, che però non sembrano accoglierli con particolare favore. Il Direttore del distretto sanitario è chiaro nel proibirci di avventurarci nella direzione della città HannahMursi, nel parco nazionale Mago, perchè i due gruppi etnici che lo abitano, i Mursi e i Bodi, sembra non vadano troppo d’accordo; ma mentre i Mursi creano nuovi villaggi che siano più accessibili ai turisti e si fanno fotografare nudi con i corpi interamente dipinti e il kalashnikov in mano, i Bodi osteggiano fermamente l’estensione delle piantagioni da zucchero governative sui terreni appartenuti da sempre al proprio gruppo etnico. Nonostante in Etiopia non esista la proprietà privata della terra e tutti i terreni siano di proprietà dello Stato che li concede temporaneamente per l’utilizzo dei propri cittadini, tra le popolazioni della Valle dell’Omo le ufficiali categorie giuridiche in tema di proprietà non sono state né interiorizzate nè vengono pienamente riconosciute.  A tal riguardo, il nostro collaboratore Filippo Archi ha recentemente partecipato ad una missione insieme ai rappresentanti di altre 7 agenzie internazionali e ambasciate sul monitoraggio delle attività del governo in temi di resettlement e villaggizzazione delle popolazioni indigene (per saperne di piu’ segui i prossimi post su facebook).

Consapevoli di non riuscire a visitare una delle popolazioni più remote e quindi svantaggiate, seguiamo senza indugio le indicazioni del Direttore e ci dirigiamo verso i villaggi che ci sono stati suggeriti per intervistare donne, promotrici sanitarie, uomini e leaders comunitari. A tutti sottoponiamo lo stesso questionario attraverso il quale cerchiamo di far emergere la loro percezione delle condizioni sanitarie materno-infantili e riproduttive. L’obiettivo è confrontare la situazione reale con quella percepita per poter così capire su quali aspetti fare leva per promuovere comportamenti di salute positivi. Quello che sappiamo e che ci confermano le statistiche è che le gravidanze vengono portate a termine senza alcun controllo medico pre-natale, la maggioranza dei parti avviene senza assistenza sanitaria, la percentuale di vaccinazioni dei bambini nei primi 5 anni di età è molto alta, persistono pratiche tradizionali dannose e forti diseguaglianze di genere. La percezione che hanno alcune delle comunità che intervistiamo è però molto diversa.

Nel corso delle interviste fatte in un villaggio Mursi, privo di alcun servizio di base (la scuola e il centro sanitario più vicini sono a due giorni di cammino), dove la gente vive ben al di sotto delle soglie minime d’igiene, e dove non vi è separazione tra gli spazi per uomini, donne, bambini e bestiame, alla domanda se i membri della comunità si considerassero appartenenti ad un villaggio in condizioni sanitarie buone tutti, indistintamente, uomini e donne, hanno fieramente e con sicurezza risposto positivamente. La promozione di comportamenti sanitari virtuosi incontra qui il primo grande ostacolo rappresentato dall’assenza di percezione del problema e di fiducia verso le strutture sanitarie istituzionali. Di fronte a qualsiasi questione sanitaria, la risposta considerata maggiormente efficace dalla comunità è lo sgozzamento di una capra e la somministrazione del sangue dell’animale al paziente di turno. Sommata alla diffidenza, vi è la distanza geografica delle strutture sanitarie, dove la propria lingua non viene parlata, e la cui inaccessibilità è accentuata  dalla condizione di estrema povertà della popolazione.

Oltre a racconti che lasciano basiti e sfiduciati, abbiamo anche raccolto testimonianze di donne che dopo il primo parto il cui travaglio è durato giorni, sono disposte a percorrere sei ore di cammino al settimo mese di gravidanza per raggiungere il centro sanitario e sottoporsi a controlli pre-natale. Queste sono le donne che vanno premiate e il cui esempio può servire a ridurre l’altissimo numero di morti per complicazioni durante i parti. Queste sono le donne che hanno iniziato un percorso che deve essere sostenuto, per permetterli un giorno di essere fautrici della propria salute. Il corpo delle donne della valle dell’Omo infatti, è considerato uno strumento a completa disposizione degli uomini, che hanno un potere insindacabile sulla frequenza delle gravidanze (le donne hanno una media di sei figli), sull’utilizzo di sistemi di controllo delle nascite, sull’età adeguata per il matrimonio e sulla frequentazione dei centri sanitari.

Per l’ennesima volta, le diseguaglianze di genere si dimostrano essere alla base di condizioni di vita al limite dell’umanità e amplificano i problemi strutturali del secondo Paese africano per popolazione (90 milioni di persone). La fortuna di nascere in Europa anziché in Etiopia, fa si che ad una donna con un parto complicato venga praticato il cesareo, mentre nella Valle dell’Omo la stessa donna rischia la morte o la fistola vescico-vaginale. Sempre quella donna in Europa può accedere con regolarità ai servizi sanitari pre e post natali, mentre nel sud dell’Etiopia deve essere in grado di camminare per ore o giorni per raggiungere una struttura sanitaria di base. Le donne in Europa partoriscono in condizioni sanitarie e igieniche sicure, mentre in Etiopia partoriscono da sole nei campi e riprendono a lavorare a poche ore dal parto.

Le donne del Sud dell’Etiopia si sposano senza scegliere il proprio marito, molto prima dei 18 anni, quando non vengono rapite per essere date in sposa o scambiate con un numero variabile di vacche. Le donne in alcune parti dell’Etiopia vengono sottoposte all’escissione totale o parziale degli organi genitali. Le donne della Valle dell’Omo non possono scegliere di utilizzare anticoncezionali o decidere di non intraprendere l’ennesima gravidanza. Essere donna nelle popolazioni del sud dell’Etiopia comporta non avere l’opportunità di scegliere in un gran numero di circostanze, anche quelle più intime e personali, e ciò è legato oltre che a mancanze strutturali, anche a tradizioni indigene molto radicate verso le quali sarebbe quantomeno naif  dimostrare pieno rispetto.

Nei Paesi dell’Africa sub-sahariana, tra cui l’Etiopia, 162.000 donne muoiono ogni anno per mancanza di semplici cure mediche, 950.000 bambini ogni anno rimangono orfani di madre. Migliorare le condizioni di salute delle donne della Valle dell’Omo rappresenta un imperativo umano da cui non si può prescindere, perché nessuna donna dovrebbe morire dando la vita.

Racconto di Giulia Giacomuzzi,

Guardate anche il video realizzato da Simona Leali








 



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