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Rumbek , regione del Laghi, Sud Sudan - quasi un anno dopo.
01/12/2014


Addis Abeba,1 Dicembre 2014-  Stesso luogo, stesso – quasi - periodo, più o meno le stesse persone, tutto il resto è invece radicalmente mutato nell’arco di 11 mesi. A rileggere il post scritto a dicembre 2013, una settimana prima dello scoppio della crisi, sembra un altro mondo. Nell’arco di questo tempo in Sud Sudan è scoppiato un conflitto - etnico ma non solo - interno tra i più duri e una crisi umanitaria di livello tre (il più alto per le Agenzie UN). Il più giovane Stato del mondo in quest’ultimo anno è diventato il paese più vulnerabile al mondo, più della Somalia, più dell’Iraq e della Siria, secondo la classifica del Fund for Peace. Tanti record, tutti negativi. Appena ripristinata la produzione di greggio dopo l’accordo con il Sudan, ecco che la fonte primaria di entrate del Paese viene ridotta nuovamente, le aree petrolifere sono –come ovvio - oggetto di contesa. L’intera macchina dell’aiuto umanitario si è messa in moto contendendosi fondi con le altre grandi crisi in corso, la Siria, l’Iraq, Ebola, in primis. Nel gruppo, tra i primi, anche la cooperazione italiana, che sta dedicando particolare attenzione alla popolazione più vulnerabile colpita dalla crisi, gran parte della quale sfollata interna (1 milione e quattrocentomila persone) attraverso i contributi alle Agenzie UN: UNICEF, WFP e UNHCR e con i iniziative  che finanziano progetti direttamente alle ONG italiane sul posto.

Quel fumetto un poco retrò di Corto maltese rievocato nel post di allora sembra essere stato strappato e ridotto a coriandoli, lasciando il posto ad un disegno nero difficile da immaginare ma anche da raccontare. E’ questo un paese le cui divisioni non sono due Dinka contro Nuer - come si pensa semplificando- ma sono divisioni che si moltiplicano al quadrato esponenzialmente ad ogni piccolo evento. Ho rifatto il percorso Juba - Lakes a distanza di un anno, per fare il monitoraggio dei progetti dell’iniziativa di Emergenza.  La differenza è stata evidente già dalla partenza: impossibile fare lo stesso emozionante viaggio in macchina, per motivi di sicurezza ma anche per la percorribilità delle strade. Il Sud Sudan in questo momento è anche un paese paralizzato dalla pioggia e dalla completa mancanza d’infrastrutture o di manutenzione delle dissestate strade di terra. Il mio viaggio questa volta è rapido quindi, un’oretta di volo ed eccomi a Rumbek. La mia destinazione finale sarebbe la vicina contea di Rumbek Nord ma non c’è possibilità, incontro il personale della ONG a Rumbek, tanto anche buona parte dello staff (compreso il Medico presso il Centro di Salute di Maper), é bloccato qui in attesa di poter tornare a lavorare. Ma in questo villaggione nel mezzo del Paese rispetto allo scorso anno tutto è “same-same but different”  come dicono gli indiani. Uguale-uguale ma diverso. La città pare la stessa all’apparenza ma si scopre immediatamente che non è così. Arrivo assetata alle tre del pomeriggio a quella specie di lodge che mi era sembrato così accogliente, fa caldissimo con  80% di umidità e chiedo una bottiglietta di acqua. Niente acqua, non è arrivata ma il proprietario mi offre un whiskey o una birra calda, uniche cose rimaste,’no grazie magari dopo”, devo cominciare la mia riunione. Verso le sei la capanna della mensa diventava un punto di raccolta per gli internazionali presenti, con chiacchiere che si prolungavano altre la cena. Anche quest’anno qualcuno – meno – è arrivato, ma alle 19,30 in punto si sono volatilizzati tutti e siamo rimasti solo gli ospiti.

Il coprifuoco alle otto è tassativo, se ti trovano in giro dopo passi guai seri (mi hanno raccontato di qualcuno che è stato preso anche a frustate).Le uniche a poter circolare liberamente sembrano le zanzare, quelle rimaste le stesse solo rinvigorite dalle piogge prolungate eccezionalmente. Per la cena il cuoco presenta il menù soprannominato dai presenti: c’e’ qual che c’e’.  Sono settimane che non arrivano rifornimenti adeguati (qui come in gran parte del Paese). Cosa che verifico anche la mattina dopo al mercato mentre accompagno il logista addetto alle costruzioni a comprare dei materiali. Cemento non se ne vede da settimane, se recuperano un sacco lo vendono a costi proibitivi. Impressionante, ma mai come la parte alimentare del mercato, una cipolla a Rumbek costa forse più che a Manhattan, 1 $. I sud sudanesi si aggirano senza comprare e come potrebbero. Il mercato pieno di vita che ricordavo è vuoto. Parte dei banchi sono chiusi e gli altri espongono il poco che hanno (tutta la mercanzia si può contare sulle dita di una mano)a prezzi inarrivabili sperando negli internazionali.  Ritrovo un po’ della passata leggerezza solo al mercato del tabacco.

 I rotoli di foglie e i panetti compatti di tabacco mescolato a non so cos’altro fanno mostra di se in banchetti piccoli e bassi. L’odore è percotente. Gli uomini con la barba tinta di henné ridono al mio passaggio e ridono ancora di più quando mi fermo a comprare le loro pipe tradizionali di legno e metallo. Per farmi vedere che sono buone le provano tutte mettendole in bocca e soffiandoci dentro. Rido anch’io, pensando ai miei amici igienisti che le riceveranno in regalo. Il primo momento di leggerezza in un’atmosfera generale davvero pesante. In giro al mercato incontriamo una donna con una borsa stravagante, anche se non proprio adatta al caldo della giornata, l’intera pelle di una capretta, con la sagoma originale dell’animale, annodata per le zampe. La donna mi prende per una mano e mi fa vedere il contenuto di quella borsa a tracolla, un neonato di pochi giorni, lucido di sudore dentro quel marsupio di pelo a quasi 40°, le dico a gesti che è troppo caldo per il bimbo, lei sorride e in arabo mi dice: tradizione. Ritrovo per un attimo quell’atmosfera che mi aveva fatto innamorare del Sud Sudan, la narrazione dell’africa come doveva essere vari decenni fa, ma la bolla si rompe subito, il bimbo è magrissimo.  Quest’Africa ora non ha nulla di mitico da raccontare se non storie di paura e fame e soprusi da tutte le parti in gioco.  Caro Monsieur Pratt, hai abbandonato – e con te le tue atmosfere avventurose e magiche - queste terre oltre 11 mesi fa e, temo, nonostante i tanti tentativi e i molti accordi siglati, non tornerai qui ancora per tanto, troppo tempo.  Ci piace pensare che stiamo lavorando anche per il tuo ritorno.

Di Alessandra Testoni,
Utl Addis Abeba






 



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